#1 – “Non ho tempo per scrivere”

Quella di Angela (il nome è di fantasia) è una storia di qualche anno fa. Nel corso di un incontro di writing coaching,mi pose l’obiezione classica: “Non ho tempo per scrivere”. Risposi così: «La mattina, quando ti svegli, prendi il taccuino e portalo con te. Dovunque: in cucina quando fai il caffè, in bagno quando ti lavi i denti, in borsa quando esci. Prova a vedere la giornata non come un luogo saturo di attività fra le quali ti tocca inserire anche la scrittura; ma come una giornata interamente dedicata alla scrittura, che devi rimandare di volta in volta per fare qualche altra cosa. Immagina quel tempo come sottratto alla scrittura».
Ci rivedemmo dopo 2 settimane. Mi raccontò che, per i primi 3 giorni, era stato singolare (suo marito, pur abituato a un certo livello di stranezza – chi non lo è, con una moglie che scrive romanzi? – guardava e riguardava quel taccuino itinerante senza trovare spiegazione). Per altri 3 giorni, poi, erano arrivate le domande di qualche collega che aveva visto il taccuino sulla scrivania. Già la settimana dopo, tuttavia, la situazione si era normalizzata: gli altri cominciavano a farci l’abitudine ma, soprattutto, lei era riuscita a trovare dei momenti della giornata da sfruttare per la scrittura. Momenti che non immaginava potessero essere sfruttati. Momenti che saltavano fuori spontaneamente, senza premeditazione, senza organizzazione.
«Come hai fatto?» le chiesi. Mi disse che non lo sapeva; poi, dopo essere rimasta in silenzio per un po’, aggiunse che era rimasta colpita dal fatto che i momenti in cui riusciva a scrivere erano sempre diversi: a volte nella pausa pranzo, a volte in autobus, a volte nella sala d’attesa del dentista. Questo l’aveva stupita: perché aveva sempre visto la scrittura come qualcosa di metodico, da fare a una certa ora, in un certo luogo, con grande regolarità… e adesso aveva scoperto che poteva farlo invece nei momenti e nelle condizioni più disparate. Inoltre, si era resa conto che la giornata, a ben vedere, non era proprio piena come sembrava: vista dall’esterno, pareva che non ci fossero interstizi fra un’attività e l’altra, mentre quelle stesse attività avevano una durata variabile e dei tempi morti che non immaginava.
È evidente che qui il caso ha giocato un ruolo fondamentale. Non c’è da averne paura; né va guardato con sospetto. Il caso è una componente ineliminabile della nostra vita. Perché allora non sfruttarlo, rendendoci pronti ad approfittare delle opportunità che sblocca? Siamo abituati all’idea di dover tenere ogni cosa sotto il più stretto controllo e perciò siamo riluttanti ad affidarci al caso. Ma il caso – quello riportato è solo un esempio – ci schiude delle possibilità che non potremmo prevedere.

Domandati: Cosa potrei tentare, pur non sapendo in che modo andrebbe a finire? Cosa potrebbe succedere se facessi qualcosa di completamente diverso dal solito? Cosa potrei scoprire se mi mettessi a guardare con attenzione dove non ho mai guardato?

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