storiedicoaching
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Leonardo non era di quelli che hanno una fiducia incrollabile nelle proprie capacità e possibilità di conseguire qualsiasi obiettivo si prefiggano; come tanti altri, la sua fiducia in se stesso non era affatto spontanea, ma richiedeva sempre conferme per potersi rinsaldare. Pur avendo individuato chiaramente il suo obiettivo e pur avendo delineato un piano d’azione
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Irina amava l’autocritica: le sembrava un ottimo modo per liberarsi dall’illusione di essere perfetta e per fare caso a ciò che poteva essere migliorato. Ad esempio, se aveva pianificato di mettersi a scrivere un’ora la sera prima e non l’aveva fatto, si domandava: Perché? Cosa me l’ha impedito? Come posso fare, la prossima volta, per
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Hans aveva paura di fallire: «E se poi, una volta cominciato, non riesco a finire?» La paura lo bloccava e lui non se la sentiva di provarci nemmeno. Sessione dopo sessione, comprese che era l’aspettativa a preoccuparlo: immaginava il punto d’arrivo – quello nel quale, dopo vari tentativi e tanti sforzi, non sarebbe riuscito a
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Gabriella era frustrata: tante ore allo scrittoio – sulla storia, sui personaggi, sulla lingua, sullo stile – e alla fine ecco le risposte degli editori (o degli agenti): “Troppo complesso”, “Troppo già visto”, “Troppo originale” (sì: le avevano detto anche questo). “Non rientra nella nostra linea editoriale”. Una volta, in sessione, mi disse: «Certe volte
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Fausto sapeva che leggere è importante e voleva farlo al meglio. Però non aveva molto tempo da dedicare alla lettura: perciò, voleva leggere poche cose, ma buone. Purtroppo, si rese conto poi, quanto leggere è più importante di cosa leggere. Per diversi motivi. Perché si impara non solo da ciò che è scritto bene, ma
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È una domanda che tutti ci siamo posti, almeno una volta. Anche Erminia se l’era posta, di fronte a ciò che aveva scritto nei giorni precedenti, con smarrimento: Se non ho talento, pensava, tutti gli sforzi che sto facendo, tutto il tempo che sto dedicando, tutto ciò a cui sto rinunciando… a che servono? Non
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Donato si preoccupava per gli altri: giustamente, soprattutto nei confronti di coloro a cui teneva di più. Voleva trattarli come trattava se stesso. Il punto è che, purtroppo, non trattava se stesso come faceva con loro: prendeva tanto a cuore le loro esigenze, da arrivare a trascurare le sue… In realtà Donato faceva di più:
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Cristina era attanagliata dal senso di colpa; ogni volta che strappava del tempo da dedicare alla scrittura, sentiva nella sua mente uno di questi rimproveri: “Stai togliendo tempo alla famiglia”; “Stai togliendo tempo al lavoro”. Spesso, sono le voci degli altri quelle che sentiamo; quelli che ci stanno più vicino e che in genere vedono
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Invitai Bruno (anche questo è un nome di fantasia; tutti i nomi di queste storie di coaching lo sono) – autore all’epoca agli inizi, di cui avevo letto i primi romanzi, che mi erano piaciuti al punto di accettare di scrivere per lui la prefazione al suo ultimo romanzo – a partecipare a uno dei miei
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Quella di Angela (il nome è di fantasia) è una storia di qualche anno fa. Nel corso di un incontro di writing coaching, mi pose l’obiezione classica: “Non ho tempo per scrivere”. Risposi così: «La mattina, quando ti svegli, prendi il taccuino e portalo con te. Dovunque: in cucina quando fai il caffè, in bagno quando ti