domenica 16 agosto 2015

L'intransigenza di Paolo Calabrò. Recensione di Augusto Cavadi per «CentoNove»

Non cercate il comune di Puntammare in nessuna cartina geografica della Campania: non esiste. E’ solo un’invenzione di Paolo Calabrò che vi ambienta il primo di una serie di romanzi (I gialli del Dio perverso): L’intransigenza (Il prato, Saonara – Padova, 2015, pp. 208, euro 10,00). La vicenda, per quel poco che si può raccontare di un noir, è quasi banale: i locali di una parrocchia vengono vandalizzati e due impiegati comunali incaricati di svolgere indagini parallele (rispetto alla polizia) per evitare che l’immagine del municipio resti anch’essa imbrattata. Ma questo reato minore è come il buco di una serratura attraverso il quale si scoprono biografie segrete, complicità istituzionali, soprattutto una mentalità diffusa intrisa di ipocrisia: nella quale affondano le radici azioni bieche e dannose. In questo clima le barriere fra giusti e ingiusti, verità e menzogna, si sgretolano: c’è chi compie il bene per ragioni sbagliate, chi inganna con retta intenzione, chi parla molto senza ascoltare e chi ascoltando molto riesce a far parlare chi non ne avrebbe voglia.
Nel tessuto della gradevole narrazione, che riesce a catturare il lettore sino all’ultima pagina, non mancano osservazioni illuminanti: “Oggi siamo in guerra, tutti. Siamo in piena lotta di classe: ma stavolta sono i ricchi ad aver dichiarato guerra ai poveri” (p. 99); “Quando ricordi a un uomo di sinistra che il suo politico preferito è un ladro, ebbene, quest’uomo si vergogna come se il ladro fosse lui. Invece, quando a un uomo di destra fai osservare che il suo politico di riferimento ruba, lui ti risponde che gli altri hanno fatto anche di peggio e che alla fin fine i politici sono tutti uguali. Non è che quelli di destra siano dei bastardi o degli imbecilli. Semplicemente ritengono che cercare di comportarsi meglio degli altri sia una sciocchezza, un lusso che solo i cretini, quelli che poi nella vita non concludono niente, possono permettersi. Ma i politici non sono tutti uguali e neppure quelli che li votano” (p. 146).
Cosa c’entra nel racconto il riferimento alla categoria teologico-filosofica del “Dio perverso” di Maurice Bellet ? Il lettore curioso lo capirà meglio leggendo la nota finale da dove, tra l’altro, si evince il nesso con la “intransigenza” del titolo: “Il Dio perverso è il burocrate di un’ideologia che non ammette eccezioni, non prova compassione e propone di ridurre la faccenda della salvezza all’adesione a una dottrina ripetuta a memoria e a gran voce. La religione di questo Dio non è l’amore, ma il dovere; la sua virtù fondamentale non è l’attenzione per il prossimo, ma l’obbedienza; il suo mood non è la gioia della misericordia, ma la tristezza della colpa. E alimenta un tipo di cristiano anaffettivo fino al sociopatico (il quale non si farebbe scrupolo di camminare addosso a un suo simile se questo fosse per la maggior gloria di Dio), un cristiano che ha paura di Dio tanto da essere ossessionato dai suoi stessi desideri, al punto che – per esempio – per la paira di ‘peccare contro la carne’ – non riesce a smettere di pensare al sesso. Ma il Dio del Vangelo, che non ci tratta più da servi ma da amici (Gv 15,15), del quale non si ha paura perché l’amore non ha timore (1 Gv 4,18) non ha niente da spartire con questo Dio perverso, creazione degli uomini e maschera infernale della crudeltà” (pp. 201 – 202). Forse Paolo Calabrò esagera nel sostenere la totale estraneità del Dio dei vangeli con l’immagine del Padre-Padrone dominante nelle nostre chiese (e ancor più nelle nostre sacrestie): nel Nuovo Testamento non mancano, purtroppo, dei passaggi che – coltivati unilateralmente – si sono sviluppati sino a configurarsi come mostruose controfigure del Dio tenero. Comunque, con papi come Francesco I, valorizzare gli aspetti amichevoli del Dio annunziato da Gesù di Nazareth è un po’ più facile rispetto ai tempi, non certo lontani, del magistero duramente lucido e lucidamente duro di Benedetto XVI.

(«CentoNove», 30 luglio 2015)

Paolo Calabrò

Filosofia e Noir

Madrelingua napoletano, vive a Caserta, dedicandosi alla famiglia, alla filosofia e, ovviamente, al noir. Gestisce il sito ufficiale di Maurice Bellet in italiano