giovedì 5 gennaio 2012

Leonardo Caffo - centro Doiè - intervista Paolo Calabrò, su «Il Cambiamento»

Partiamo dal titolo del tuo ultimo libro “Le cose si toccano”. Che valore dai all’interdisciplinarità?
Innanzitutto grazie per questa intervista. Mi piacerebbe rispondere con Heisenberg: le intuizioni più importanti avvengono nei punti di intersezione fra discipline diverse. Al dialogo fra le culture, le tradizioni, i saperi in generale va dato il valore più alto possibile; ma mi spingerei a dire che tale dialogo è perfino necessario, oggi: oggi che, nel nostro mondo globalizzato, i problemi di uno sono i problemi di tutti. Nessuno può dichiararsi autosufficiente; nessuno può rivendicare il possesso di soluzioni valide ed efficaci per tutti. L’incontro con l’altro oggi non è più dunque soltanto benvenuto, ma indispensabile.
Chi è Raimon Panikkar? Come mai sei così interessato alla sua filosofia?
Panikkar mi è capitato tra le mani, come dire, per caso, nel 2001, mentre mi accingevo a lavorare alla mia tesi di laurea in filosofia. Ero in cerca d’ispirazione e il mio relatore, prof. Andrea Milano dell’Università Federico II di Napoli, mi propose un autore ancora semisconosciuto in Italia: Raimundo Panikkar. Io avevo in mente Thomas Merton e il suo dialogo con il buddhismo zen; lui mi propose Panikkar e l’induismo. Gli dissi cortesemente che l’induismo non mi interessava, e lui mi rispose di leggerlo. Così, leggendo, scoprii che Panikkar era proprio quello di cui avevo bisogno in quel momento. Del resto, il caso non esiste.
Panikkar è un filosofo catalano morto nel 2010, noto soprattutto per i suoi contributi al dialogo interculturale e interreligioso. Ma io credo che il suo aspetto più creativo, innovativo, esplosivo e forse, per certa filosofia, perfino imbarazzante, sia la sua metafisica cosmoteandrica. Il suo sforzo di tenere insieme le visioni del mondo occidentali e quelle orientali, la teologia e la scienza. Ritengo che la sua epistemologia radicalmente relazionale – cui mi sono dedicato negli ultimi dieci anni – sia un argomento irrinunciabile e tuttavia ampiamente trascurato dalla letteratura. “La cosa in sé non esiste”: se non si affronta questo scoglio, nulla della filosofia di Panikkar è trasparente. A partire proprio da quelle cose che sembrano più ingenue o innocue (tolleranza, dialogo, interculturalità, pluralismo) e che invece non lo sono affatto.
Cosa vuol dire avere un atteggiamento critico nei confronti dell’oggettività?
Vuol dire essenzialmente ricordarsi che non esiste nessuna oggettività in assenza di qualunque soggetto; e che dunque, per dirlo con una battuta, l’oggettività non è oggettiva. L’oggettività è uno dei poli della relazione tra il soggetto e l’oggetto; relazione in cui, a partire da un accordo intersoggettivo, condiviso (qui si renderebbe necessaria la nozione panikkariana di “mito”), nell’ambito degli stessi presupposti, si può parlare di caratteristiche, qualità, fatti “oggettivi”. Ma l’oggettività non esiste di per sé; perché nessuna cosa esiste di per sé. Ritorniamo, con ogni evidenza, alla questione precedente.
“Teofisica” è un termine poco noto al grande pubblico, ma centrale per il tuo libro. Cosa vuol dire?
La teofisica è un argomento cui Panikkar ha soltanto accennato in un paio di occasioni, mai approfondito a dovere. L’intento è gigantesco e audace: costruire un sapere che integri le aspirazioni e le conoscenze sia delle scienze moderne sia delle teologie tradizionali. Oggi ci troviamo in una visione epistemologica in cui le diverse branche della conoscenza possono magari viaggiare parallele – come la fides e la ratio – ma che infine, proprio come due parallele nello spazio euclideo, sono destinate a non incontrarsi mai: ad esempio, oggi ciascuna teoria si sviluppa per conto proprio (la teologia cristiana parte ad esempio dal Dio creatore di cui parla la Scrittura, mentre la fisica parte dalla materia inanimata), così si sviluppano due saperi eterogenei e sovente incompatibili. Panikkar rovescia i termini della questione, facendo della necessità dell’incontro il fondamento stesso della ricerca: il filosofo auspica, per rimanere nell’ambito dell’esempio, che la teologia possa spiegare alla fisica che la materia è tutt’altro che inanimata, bensì viva; e che la fisica possa spiegare alla teologia che la creazione, magari, è avvenuta tramite un’esplosione – verso un sapere in cui, insomma, le cose comunichino e si “fecondino mutuamente”. Si tratta inevitabilmente di una grossa banalizzazione, dovuta alla difficoltà di spiegare un argomento molto originale e dalle enormi ripercussioni epistemologiche. In due parole si potrebbe forse dire che Panikkar auspica che nessun nuovo libro di teologia o di fisica venga scritto se non a quattro mani con il contributo e degli uni e degli altri. I saperi vanno integrati: torniamo qui alla tua prima domanda. Non per il gusto della sintesi (che è impossibile) o dell’armonia, tanto cara a Panikkar. Ma perché, come dicevamo, non possiamo più farne a meno.
(«Il Cambiamento», 5 gennaio 2012)

Paolo Calabrò

Filosofia e Noir

Madrelingua napoletano, vive a Caserta, dedicandosi alla famiglia, alla filosofia e, ovviamente, al noir. Gestisce il sito ufficiale di Maurice Bellet in italiano